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PARLIAMONE! (e tante parentesi)

Allora, il fatto è questo, quando sei dalla parte di quella che serve da bere al bancone di un bar principalmente hai una regola da rispettare (barra due): ascolta e sii empatica (fino a che non te le fanno girare, ma questo è un altro discorso). Nel senso che quelle persone vogliono parlare, forse lamentarsi un po’, oppure avere una parola di conforto, forse solo raccontarti di una cosa, o di un ragionamento. Quando sei al bancone di un bar a fare la barista (e io davvero non sono per niente brava a farlo) ma di professione sei una che lavora con le parole, le immagini e le visioni, le cose che avvengono si trasformano in problemi da analizzare, scandagliare, risolvere, trasformare. E una cosa che ti ritrovi a pensare è, mammamia, c’è stato mai un momento nella storia dell’umanità in cui davvero tutti sono stati così legati dallo stesso evento? Non so se antropologicamente è corretto parlare così, sicuramente però la sensazione è quella che tutti siamo coinvolti e sospinti, nel bel mezzo della stessa tempesta, in modi del tutto diversi, ognuno con difficoltà gigantesche o minute, ognuno con le proprie paure e convinzioni ma in ogni caso tutti rivolti a guardare il dito che punta nella stessa direzione. E non è la Luna.

E fin qui la faccenda è appurata. Poi però deve arrivare il momento di guardare oltre il dito, oppure proprio abbassare il braccio, spostare lo sguardo, o ancora meglio, chiudere gli occhi (che “aprite gli occhi” adesso è un motto molto in voga e dà un’orticaria da paura). Oltre il dito, abbassato il braccio, spostato lo sguardo, chiusi gli occhi l’esercizio che noi (e per noi intendo dapprima il team dello Spunk e poi chi ne avrà voglia spoiler) stiamo per avviarci a fare è: PARLIAMONE! (attenzione, non fraintendere, c’è modo e modo di parlarne, continua a leggere)

E ce n’è voluto comunque eh, perché prima siamo dovuti passare attraverso lo sconforto dei tempi  duri e della paura, dell’incertezza, dello stare a galla e trovare un modo per restarci, della rabbia e della frustrazione, ma anche un po’ del lamentarsi e basta, del time out, del fermarsi, un po’ perché costretti ma un po’ anche per rigenerarsi, o almeno provarci.

c’è una frase che Albus Silente pronuncia, dietro ai suoi occhialini a mezzaluna, che sta appesa, scritta in un fogliettino stropicciato, nel mio frigo sotto una calamita chic e dice:

La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda di accendere la luce!”.

Io ogni tanto mi ricordo di leggerla e il modo in cui mi rincuora e mi rallegra e mi incoraggia soprattutto in certe giornate difficili è davvero magico, e non a caso.

Sembra assurdo parlarne ora, di chiudere gli occhi adesso, far finta di niente per un attimo, riaprirli, accendere luci magiche sulle cose. Siamo stati così male negli ultimi mesi. Con i nostri umori ammalati, la sensazione di essere abbandonati, le giornate in cui ci siamo ritrovati insicuri, così arrabbiati che scoprirsi pronti a ripartire con una nuova energia sembra assurdo, anomalo, arrogante, pretenzioso, soprattutto quando ancora nulla davvero è tornato a funzionare, quando nulla davvero va per il verso giusto per quelli come noi, la maggior parte della gente.

Ma il fatto è questo e c’è un modo e per prima cosa l’ho voluto chiarire con ragazzi che lavorano allo Spunk:  Non tutto ci sfugge di mano, non tutto ci è d’obbligo (Oh, regaz attenti noi siamo tutti grandi e vaccinati a dovere sia chiaro), nemmeno l’arrendevolezza dei tempi che sono, non tutto ora è attesa che tutto passi e ci sono cose di cui siamo noi i primi a doverci prendere cura. Sono cose piccole ma che ci esonerano dal lamentarci, dalla paura, dalla rabbia, dall’attesa. Sono le stesse cose per cui il nostro progetto è nato ed è quello di crearsi uno spazio, nonostante tutto. E quel nonostante tutto c’era anche prima.

Silente parla di felicità e mentre scrivo sulla mia scrivania campeggia una piccola cornice bianca un po’ ammaccata dai vari traslochi con dentro una striscia dei Peanuts ritagliata da un piccolo libro che ne conteneva a migliaia. (allego foto)

Felicità, che roba difficile, difficile pure da capire, malleabile col tempo che passa, indecifrabile sul momento. Però queste due cose, “accendere la luce” e “pensi mai al futuro, Linus” per me sono le cose da cui ripartire. E, intendiamoci, noi siamo ripartiti mille volte e poi ripartire per noi ora significa stare nel fondo come tutti quelli simili a noi e anche quelli non simili per niente. E quando sei nel fondo è così buio che puoi solo accendere la luce e pensare al modo in cui risalire. Che il modo in fondo non è il futuro?

Futuro. Per noi è una parola chiave, mai stata un’utopia. Che quando abbiamo iniziato ad immaginarlo seriamente era il 2018 e tutto non era all’altezza di quello che volevamo, ma niente era paragonabile e assurdo a quello che è ora.

Come al solito finisco per andare fuori tema, l’ho fatto pure alla maturità ma mi hanno dato il massimo dei voti comunque (e vorrei dirvi di aver cannato la seconda prova ma sono andata troppo bene alla maturità per fare la modesta). Quello che voglio dire è PARLIAMONE. Ma parliamone in un modo che sia costruttivo e il più possibile vicino a quello che pensiamo possa essere il nostro contributo per quella piccola fetta di persone e di mondo che è ciò che ci circonda, a cui vogliamo dedicarci.

Una cosa che trovo essenziale ora è porci delle domande. È così di uso ora professare solo affermazioni, così convinti del nostro sapere e che la nostra versione sia quella giusta. Invece per me ora è solo il tempo delle domande e che non siano retoriche. Alla veneranda età di 27 anni anche io ho una mia frase che mi contraddistingue. Per mia madre la frase campione è “PEGGIO VERRà!”, (Frase affermativa). La prima volta che ricordo di averla sentita, ed era rivolta a me e mia sorella che l’avevamo probabilmente fatta incazzare, era una mattina in cui eravamo in ritardo per andare a scuola e la sua vecchia opel corsa bianca ci accompagnava in ritardo alla prima ora, lezione inglese, una cosa simile ad una tragedia greca (chi sa capirà il perché io ricordo nel dettaglio questo evento e quello che mi aspettava poi a scuola). Divagazione inutile, ma non troppo, perché se io ora ho la mia frase must a 27 anni, e fra poco vi dico qual è, è anche vero che effettivamente inizio davvero a pensare che PEGGIO VERRà ma lo penso e non mi spezzo che tanto è pure vero che finché c’è vita c’è speranza e mezzo che ci provo un certo gusto. Fuoritema come stile di vita, la frase che ogni tanto, con voce sapiente alla Silente, intono a chi mi sta intorno in stato catatonico è: Per ogni problema (o domanda in questo caso) infinite soluzioni! (affermazione) Questo perché sono figlia illegittima degli insegnamenti di Bruno Munari e non della mia pora e dolce Nonna Vera che non usciva di casa la domenica perché tanto la messa passa sette muri. (anche a questo insegnamento credo fermamente per questo non vado a messa. Ci sono sempre non più di 7 muri a dividere una casa italiana da un campanile e anche questa è un’affermazione.)

Insomma: Per ogni problema o domanda infinite soluzioni.

Io le vedo, nette, colorate in toni sgargianti le infinite soluzioni del domani, perché sono un’intramontabile romantica? No, non lo sono per niente. Ma sono una professionista delle soluzioni (alcune, non tutte, esuli quelle che hanno dentro numeri) In realtà io sono, e il team dello Spunk è, e spero lo sia la mia generazione, quelli più giovani di noi e quelli più vecchi e con ancora un filo di audacia, insomma io sono una persona assetata di domande per cui andare a cercare soluzioni, non per forza risposte, ma alternative incredibili da cui continuare ad affrontare i nuovi problemi. (me so capita solo io?)

Quando mi è capitata tra le varie stories di instagram e i vari post di facebook questa frase condivisa da tantissime persone mi sono domandata se per caso non fosse sfuggito a qualcuno il vero intento di ciò che questa frase (a quanto ho capito pronunciata da Ultimo che per di più mi sta antipatico da quando Mahmood ha vinto Sanremo) si portava dentro. Una cosa mi ha colpito soprattutto ed è il motivo per cui sto scrivendo questa valanga di parole: PARLARNE.

C’è del disagio ovunque noi puntiamo gli occhi. Ma tra la retina e il cranio c’è un mondo di pensiero, di interrogazioni, di idee, di questioni, di volontà. Parliamone. Cosa vorremmo andasse diversamente? Ma soprattutto, che contributo di valore diamo per migliorare le cose? (OOH, le cose non cascano dal cielo! Aprite gli occhi! Cit.)

Fra qualche giorno con i ragazzi del team dello Spunk faremo una riunione e lo sarà senza pretese ma comunque andrà sarà un incontro. INCONTRARSI, che è difficile anche questo di questi tempi. è proprio partito tutto da questo post che mi ha scosso un po’ e allora ho chiesto loro se ne volevano parlare.

Ci metteremo attorno ad un tavolo ed il mondo continuerà a girare come al solito ma nel frattempo avremo aperto una bottiglia di buon vino. Nella mia agenda ho una sfilza di domande non retoriche e senza parentesi che vorrei fare e da cui so che sarà possibile disegnare nuove idee e soluzioni. Questo è il lavoro che ci siamo messi in testa di fare quando siamo partiti con sto progetto qua perché questa era ed è l’esigenza per noi.

Questo primo pensiero e proposito di sicuro è una cosa minuscola è di poco significato per tutto il resto dell’umanità. Ma siamo stati abituati a dovercela cavare e spesso da soli e mezzi zoppicanti e ora lo sappiamo fare bene, benissimo e sappiamo dargli allegria e creatività a questo arrangiarsi e poter contare per primi e solo su noi stessi. (amici, è così! Siamo quelli che non vedranno mai la pensione, mai un buon conto in banca, ma solo un ottimo progredire dei cambiamenti climatici, mai le grandi opportunità se non prese con la tigna e la perseveranza e modi nuovi di affrontare le cose e tante altre fantastiche verità da questo mondo in cui PEGGIO VERRà!)

per concludere questo lungo e sconclusionato articolo, promettendovi prima e se vorrete di farvi sapere e di coinvolgervi in questo parlarne vi lascio davvero con una domanda non retorica (ma che lo sembra) ma per cui davvero tutti noi abbiamo almeno una delle infinite soluzioni perfettamente incastrabile con quelle di tutti gli altri e la domanda è:

Pensi mai al futuro?

E

Come pensi che vorresti essere da grande?

Tendere alla vergognosa felicità è un diritto che ci spetta nel momento in cui accetteremo di dover essere bravi noi e perseveranti e dubbiosi e costanti e mai affermativi nel ricordarci come riuscire ad accendere la piccola luce che noi ci concediamo di avere.

Vi saluto con un’altra citazione del vecchio professor Silente che è incisa ad inchiostro nella mia agenda 2022. ( e che proprio rappresenta alla perfezione l’anno che affronteremo)

Buon martedì e ora all’opera!!!!!

Veronica J.

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