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Diario di Bordo; 21 giugno 2021 nel bianco e nel nero – La Paura!

Caro Diario di Bordo, che settimana!!

Il cielo s’è messo su un cappello di umidità e bianco innaturale per il mese di giugno e c’ha tolto il respiro in tanti modi differenti. Ha tinto il grano di oro chiaro e le strade polverose e secche si son mescolate con la nebbia che s’è alzata, asfissiante, nelle colline più lontane ai piedi dei monti.

Quanto abbiamo sudato, quanto abbiamo bevuto e pure per brindare abbiamo trovato il tempo. Che ci scivola come scivola la nostra pelle sotto questo caldo, come scivoliamo noi lungo questa lunghissima estate caldissima, portati dal vento, portati da noi. Lenzuola stese ad asciugare, lenzuola appese a sventolare.

Sotto il cappello, tra la nebbia estiva, sulla nostra pelle scivolosa qui tra queste mura e fuori nelle strade polverose, i fossi e i campi noi si fa succedere.

Che bel modo di dire, facciamo succedere. Che significa che poi così scivolosi non siamo e che il tempo poi in qualche modo ce lo prendiamo.

Tipo lunedì, s’è fatto un bel respiro. Merda merda merda. E quel che abbiamo fatto succedere è dentro i miei occhi come un’istantanea eterna che odora di fiori arrostiti dal sole e erba che fa evaporare la sua acqua per odorarci la via.

È stato un “Buona la prima” senza precedenti per chi era su quel palcoscenico incredibile che era la terra nostra, queste morbide durissime colline.

Poche prove per prenderci il tempo poi via, si apre il sipario, che in questo caso significava aspettare che il sole iniziasse il suo salto nell’altro emisfero.

Le ragazze hanno fatto strada, silenziose e potentissime, e chi era arrivato per l’evento non ha potuto far altro che ritrovarsi in un silenzio mai udito e vorace dei suoni degli uccelli, delle foglie, dell’acqua e del vento che tutto questo accarezzava con umidiccia avidità.

Abbiamo camminato in una terra che era nostra da sempre e per la prima volta nuovissima. Teatro, palcoscenico, arena, cattedrale. E noi gli attori, le stelle, i protagonisti. Gli spettatori.

E siamo scesi, corpi silenziosi e inermi, verso la parte più bassa, dove due nuove colline si incontrano e si intrecciano nei fossi e nei rovi. Lì, mistica così, Laura attendeva a piedi nudi il nostro arrivo.

Come descrivere il suo monologo? E pensare che l’ho scritto io.

eppure attraverso il suo corpo e la sua voce s’è fatto emozione, viscere vibrare, fossa, precipizio, risalita.

 È così che il teatro siamo stati noi, noi nella scena, noi sotto l’occhio di bue, luce puntata in mezzo al buio, erano questi gli occhi di Laura che uno ad uno ci ha puntati, ci ha inchiodati, ci ha liberati.

Per lasciarci risalire. Le ragazze candide che ci aspettavano, e “ i cuori palpitare” che si sono uniti al coro del cammino.

E andare su, verso il sole che continuava il suo tuffo verso il nord ovest nel suo applauso più lungo dell’anno. Con i girasoli non ancora nati e la polvere spessa sotto i nostri passi.

Il resto è stata una danza ancestrale, un rito esoterico, una cerimonia di benedizione quando tutti si son lasciati coinvolgere ancora una volta dallo Spettacolo. E abbiamo danzato sotto lenzuola bianche come il cielo sopra le nostre teste per poi scucirci come cuscini troppo pieni e pieni di petali profumati a cui dedicare tutto il ben da dire, tutto il ben da fare.

È un regalo che ci siamo fatti, hanno detto. Ed infatti è stato un regalo per tutti. È dono potersi scalzare di ogni cosa e sentire terra, sassi, fango, erba, vermi sotto ai piedi. È benedizione sentire questi luoghi e scoprirsi millenari corpi appartenenti. Appertenuti. È benedizione un solstizio afoso e bianco anche nell’aria e potersi stendere tra il grano e le steppe, il borgo alle spalle, davanti l’estate.

foto di Lidia Maria Labianca

Per questo evento si ringraziano:

Laura Pettinelli

Sofia

Denise

Giulia

Emma

Alessia

Lidia Maria Labianca

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