arte e letteratura, eventi, SPUNK

20 luglio 1969- 20 luglio 2019; cinquant’anni dallo sbarco sulla Luna e qualche storia di quella sera.

Abbiamo festeggiato alla grande, venerdì sera. Abbiamo camminato per le campagne di Barbara con il cielo e le colline che davano il loro spettacolo. Siamo arrivati a casa di Cesare per mangiare e stare insieme e verso le 23 è sorta la Luna, bella, grossa e rossa! Poi abbiamo ricordato, chi poteva, e immaginato le emozioni di quella sera di 50 anni fa, destinata a cambiare il destino del mondo. Lo abbiamo fatto così, con i miei testi, e con la voce di Romina, che li ha letti per noi, al chiaro di Luna…

Mi chiamo Paolo. Ho 6 anni. Li ho compiuti una settimana fa e abbiamo fatto una grande festa. Grande, per così dire. Nel nostro appartamento ci stiamo in cinque e pure un po’ stretti. Io, la mia mamma ed il mio babbo, Francesco e Rossella, che sono mio fratello e mia sorella. Con i miei amici abbiamo giocato in sala, anche se faceva caldo. La nonna ha preparato la torta e la mamma ha comprato la gazzosa. Solo per oggi, ha detto, che è il tuo compleanno. Con i miei amici ci siamo divertiti, mi hanno portato dei regali, li ho scartati e poi c’abbiamo giocato insieme anche se a me non andava che loro ci giocassero. Poi verso sera sono andati tutti via, mamma e Rossella hanno sistemato e messo via gli avanzi, io ho cercato di ricomporre i pezzi dei miei giocattoli nuovi.
Alle sette in punto, come ogni sera, il mio babbo è tornato dalla fabbrica, assieme a Francesco. Portavano tra le braccia un grosso scatolone che sembrava molto pesante ma le loro facce dicevano tutt’altro. Dicevano ‘Sorpresa!’. Mamma è arrivata quasi di corsa dalla felicità e lei non corre mai per la felicità. Rossella ha voluto scartare lo scatolone anche se io pensavo spettasse a me, che era il mio il compleanno. Ma chi se ne importa, ho pensato, sono tutti così strani stasera, così felici. Poi babbo ha tirato fuori quell’aggeggio pesante dallo scatolone e lo ha appoggiato sul comò. Io mi sono addormentato sul divano mentre loro provavano a farlo funzionare, il televisore, che solo dalle vetrine lo avevo visto e dalla bocca di Francesco sentito raccontare, perché andava sempre al bar con i suoi amici per guardarlo.
Mi chiamo Paolo e ho 6 anni. 6 anni e un televisore da una settimana. Abbiamo visto un razzo partire per lo spazio, un’astronave e quando mi sono affacciato sul balcone io giuro di averla vista nel cielo, anche se Rossella dice che non è vero, che sono un bugiardo. Ma io l’ho visto, lo so. Dicono, alla tv, che l’uomo sta andando sulla Luna, astronauti veri su di una vera astronave. Il mio babbo l’ha comprato per questo il televisore, io credo di sì. Dice che non possiamo proprio perdercelo e nient’altro, muto per tutto il resto del tempo. Però mi fa sedere vicino a lui sul divano e Francesco dall’altra parte e ascoltiamo tutti gli aggiornamenti, tutte le notizie, tutto di tutto, qualsiasi cosa abbiano da dire.
E oggi è il grande giorno. Oggi Arriveranno. È tutto il giorno che aspetto. La mamma l’ha staccata la tv ha detto che no, non poteva stare tutto il giorno accesa, che si sarebbe fusa prima o poi. È stasera che la riaccendiamo, quando torna il babbo, ha detto. Però poi tornata in cucina ha acceso la radio, cercato la frequenza e alzato il volume. Mi sono steso sul balcone dove fa più fresco ed ho ascoltato tutto. Va a giocare bambino! Ha urlato la mamma dalla cucina. Ma io non ho potuto fare altro che aspettare il babbo tornare dalla fabbrica.
Poi eccole le sette di sera, poi eccolo il babbo. Poi eccolo Francesco. Mi ha passato la manona tra i capelli e l’ha riaccesa lui la tv. Abbiamo visto tutto, dall’inizio alla fine e tutta la città con noi, nelle case affollate, con parenti e vicini, tutti, tutti a guardare. Il primo uomo sulla Luna! Il primo uomo sulla Luna. Sono le due di notte, in città fa caldo e questo è un piccolo appartamento. Troppo stretto per cinque persone. Io mi chiamo Paolo, ho 6 anni. 6 anni e un televisore da una settimana. E l’ho visto. Il primo uomo è andato sulla Luna.

Mi chiamano vagabondo perché per questa città non faccio che vagare. E vagare e vagare. Non posso fare altro. È così bella, così severa. A volte mi vorrei nascondere da lei, intrufolarmi negli angoli dove la luce dei lampioni non arriva. A volte invece vorrei mettermi a ballare. Sopra i ponti, sulle panchine, alle porte dei negozi in cui non mi lasciano entrare.
E io vago e vago, nella notte e questo mi sembra il posto di mille secoli fa, quando solo gli animali più bestiali ci correvano e stremati poi si addormentavano. Come faccio io, il vagabondo, la bestia. L’invisibile. Il pazzo.
Sceglie il mio giaciglio il sonno, lo scelgono le mie gambe. Stanche e magre e oramai vecchie. Si son fatte viola e moribonde. Ma mi portano al mio letto, ogni sera uno diverso. Che sia scalino, o parco, o che sia marciapiede. Lì mi corico, lì mi rigiro. Nessuno a farmi compagnia, nessuna voce, nessun corpo. Nessun pensiero che arrivi, per me, quando mi voglio addormentare. Sono solo nella notte, solo nelle strade, nella città. Ma c’è una donna che ogni tanto mi fa compagnia. È silenziosa. A volte timida. A volte austera come questa città. Che mi guarda e sembra sorridermi. Che mi guarda e sembra comprendermi. Non parliamo mai, ci guardiamo e basta. Ogni tanto mi dimentico di cercarla ma lei torna a trovarmi in modi tutti suoi. Si tinge di rosso o si fa sottile, nascosta nella sua ombra. La mia signora.
Che oggi è sulla bocca di tutti. Mi son detto, son geloso ma forse è pure bello.
Al vecchio che dorme ai piedi della chiesa ho chiesto che succede. Lui sa sempre tutto, ha buone orecchie il vecchio. Mi ha risposto che son partiti per un viaggio che più lungo di quello c’è solo la morte. Poi mi ha preso il collo della camicia mi ha guardato coi suoi occhi gialli, eclissi totali sul mondo dei comuni mortali. Mi ha detto vanno a prendersi la Luna, gli americani.
E l’ho capito. Che anche quel vecchio, come me, ha per amante la pallida signora che allo stesso modo lo culla e allo stesso modo lo fa sentire meno solo. Nel mondo in cui sei o cane o conquistatore noi, io e questo vecchio pazzo, siamo i cuccioli abbandonati nella spazzatura che crescendo si fanno bastardi e randagi, lupi senza territorio e senza branco, che per unica consolazione hanno solo un latrato da dedicare alla Luna. Madre, sorella, amante. Regina inviolabile, anche stasera, che tutti la stanno a guardare. Anche stasera che come una cicatrice, come un pugnale e in fondo come piscio di cane a marchiare il territorio, l’uomo ha piantato la sua sporca bandiera sul volto bello della mia Signora Luna.

Avevo 13 anni quando gli americani sono arrivati. Noi avevamo fame da mesi. Eravamo magri, senza forze, senza più nemmeno parole. Sono arrivati con sorrisi smaltati a festa. I loro denti bianchi erano piccoli soli. Ci giravano in mezzo le loro sigarette che piacevano tanto agli uomini del paese. Ne regalarono a chili. Fossero state patate o pane ce le avrebbero fatte pagare care. Ma quelle erano sigarette e gli uomini volevano festeggiare. Ne avevano il diritto ma non avevano energie in corpo. Loro festeggiarono lo stesso.
Poi anche gli americani, belli come il sole se ne andarono. Come se ne era andata la guerra, come se ne erano andate certe persone, come se ne va via tutto in qualche modo. A 13 anni sei piena d’amore per tutto perché oramai non hai più paura di niente.
Adesso sono moglie e madre. Nemmeno mi chiamano più col nomignolo di allora. È cambiato tutto. È cambiata la campagna, è cambiato il paesello. Son cambiate le persone. Hanno moto americane, giacche americane, qualcuno ha comprato pure gli occhiali da sole. Americani. Una cosa non è cambiata, siamo ancora tutti gli stessi poveracci. Che si spaccano la schiena nei campi o nelle fabbriche. Si diventa vecchi con i figli ancora attaccati alle sottane, già mezzi morti pure loro, già vecchi. Già hanno le idee chiare, i nostri bambini, sulla vita che vivranno perché è solo quella che possono avere. Nulla di più. Tanto di meno.
Ma l’America nonostante tutto ce l’abbiamo un po’ nel cuore, tutt’ora. Ora che di America abbiamo solo oggetti troppo costosi che ci rendono troppo felici o troppo gelosi. È anche arrivato un televisore, che non so se sia americano ma lo sembra così tanto. L’andiamo a vedere oggi, tutti insieme, a casa del macellaio. Ha detto che diavolo, che si faccia un po’ di festa. Anche qui, angolo dimenticato da Dio dove pure il prete è troppo magro e urla ogni domenica, in chiesa, e nessuno che lo sente.
C’è tutto il paese dal macellaio, fuori dal suo negozio. Il televisore io nemmeno l’ho visto tanta gente c’è. C’è confusione, voci alte, i bambini si rincorrono, i vecchi restano appoggiati ai muri, solcati dalle loro schiene, le donne restano indietro, gli uomini tutti avanti, con le loro nuvole di fumo, a metà tra le teste ed in cielo. Il vento soffia leggero, si porta via l’afa della giornata, ma le più anziane di noi non smettono di sventolarsi con i loro ventagli, unico ornamento dei loro affanni.
Siamo tutti qui, a sognare e in fondo solo a distrarci. Gli americani hanno voglia di mostrare i loro luccichii al mondo per l’ennesima volta. Come quei denti bianchi di quell’anno lontano, ad Aprile. Noi, poveracci vestiti di stracci e scarpe bucate. A sognare chissà che, poi, che già una moto qui è un lusso. Noi, i predestinati a mani ruvide e braccia forti fino all’ultimo respiro. Noi, italiani o così dicono. Contadini fatti di terra e fame. Operai fatti di unto e rabbia. Senza desideri, senza pretese, senza promesse.
Però stasera c’è tutto il paese dal macellaio, fuori dal suo negozio. Non l’ho ancora visto il televisore, troppa gente. I bambini giocano e si rincorrono. Hanno imparato una nuova parola: Astronauta. Ma gli occhi al cielo non li hanno rivolti. Che importa a loro? Non hanno bisogno di guardare per vedere davvero. I vecchi lasciano i loro solchi sui muri. Appoggiano schiene stanche, chiacchierano di tutte le loro cose da vecchi. Tutte le loro cose di quando erano giovani. Gli uomini fumano e le donne si sventolano. Siamo italiani, dicono, poveri contadini ed operai, non andremo mai sulla Luna. Non ne abbiamo bisogno.
Siamo troppo pieni d’amore per tutto perché oramai non abbiamo più paura di niente.

Il pianeta Terra, quel giorno, era tutto a testa all’insù. Lo erano i vietnamiti. Morti e caduti a terra, con ancora gli occhi aperti sul mondo. Lo erano i russi. Incazzati rossi. Lo erano i cinesi, i giapponesi, i francesi, i sudafricani, ma solo quelli più bianchi e più ricchi. Lo erano gli italiani, di certo, grandi sognatori. Lo erano i tedeschi, da una parte all’altra del Muro. Lo erano i greci, i turchi, i brasiliani. Morti o vivi, in qualche modo, a testa all’insù. Lo erano gli americani, con la loro bava alla bocca, lo erano gli oceani. Lo erano i ragazzi! Giù nelle strade che avrebbero conquistato, nel mondo che da lì a poco sarebbe cambiato. Lo erano soprattutto i bambini, nasi piccoli e piccole mani. I loro occhi enormi scrutavano la faccia lunare e il loro cuore, così grande, batteva forte. Incredulo e possibile di tutti i sogni dell’universo.
Solo tre uomini non guardavano verso la Luna, perché sulla Luna, dicono, in quel momento ci stavano camminando.
E se per davvero, quel giorno, quegli uomini hanno toccato terra bianca forse hanno pensato questo. Hanno pensato che l’umanità è grande e decisamente folle. Folle di passione per le cose, grandi o piccole che siano, che in fondo, dipende solo dalla distanza da cui le stai guardando. Umanità brutale, carneficina fraterna, amore bombardamento, mamma conquista. Hanno pensato a questo forse o forse non hanno pensato a niente, come spesso succede nelle occasioni più speciali.
Si sono guardati intorno, il paradiso è questo? Hanno sentito corpi leggeri e cuori saldi. Scienziati o uomini? Cosa avrà prevalso? Americani o anime dell’universo? A tutto legate o a niente appartenenti, in quel momento di gravità misteriosa?
Forse hanno assaggiato il sapore che hanno i grandi sogni dei bambini. Forse, padri, hanno pregato Dei antichi che chissà se sulla Luna arrivano a vegliare.
Forse hanno pensato che quel primo, piccolo e leggero passo fosse un gesto di Pace. Un gesto e un evento potente, capace di far battere i cuori e far vibrare i desideri della gente. Ma loro erano gli astronauti e non una Nazione. Poco capace di Pace molto incline alla guerra.
Forse, forse. Forse anche loro si sono sentiti potenti. Virili conquistatori su di un terreno arido che da lì non serviva a niente. Forse si son sentiti amanti, come il vagabondo, forse si son sentiti tremendamente poveri, come quelli del paese, eppure estremamente vivi. Forse si son sentiti bambini, che è la cosa migliore. Come Paolo. Sei anni. Cuore grande da sognatore.

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